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Benedetti Toscani di Massimo Onofri

Benedetti Toscani   di Massimo Onofri

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Terza parte

E quale sarà dunque il presupposto, affinché questo coagulo di sentimenti e riflessioni così intricato possa scavalcare la soglia dello sfogo per ambire alla dignità di una condivisione gradita? Se Agostino, Petrarca, Cellini, Casanova, Rousseau, Gide, hanno parlato di sé anche quando indugiavano in preziosi esercizi di stile, per aspirare ad essere un artista vitaminico e non un nevrotico titillatore di brufoli, anche l’autore dei “Toscani”, oltre a curare la qualità della prosa, deve giustificare l’adozione della formula intimistica; e, esplicitando il “patto di credibilità tra narratore e lettore”, ridare credito, contro la diffidenza di chi ascolta, all’attendibilità di chi scrive.

A dissolvere pertanto l’accusa di un biasimevole autoelogio, ecco allora Onofri dichiarare che, nell’età dell’impostura e degli equivoci, non gli resta altra malleveria che garantire di persona. “Soltanto gli sciocchi, o i critici in cattiva fede, possono far finta di non capire che io parlo sempre di me, ma per parlare di tutto,” ci informa infatti; aggiungendo, a conferma di quanto avevamo già inteso, che il suo baldanzoso egotismo è un “modo di cancellarsi per via d’una tale parossistica dilatazione dell’io, da diventare invisibile.” E ora che Jana, oltre a fargli prendere pienamente coscienza della sua patologia, ne ha fatto un uomo che “coincide con le sue verità”, egli può infine denunciare la fandonia critica che tutti conoscono, pur fingendo di ignorarla, e che cioè “noi siamo esattamente come appariamo.”

Ma una volta rilanciato l’onesto patto col lettore, che bilancio può trarre l’autore da “qualche ora di bovarismo quotidiano” con il sigaro? Forse il coraggio, questo sì, di sapersi “straniero a se stesso”: un uomo sconfitto, ma non arreso; un padre disorientato; un isolato che ha “sempre coltivato un suo mito di maturità, e un’insolente disposizione ulissea ai torbidi e alle schiume dell’esistenza”; un esule al perenne inseguimento di ombre care e di “illusioni perdute”. E persino un avventuriero della conoscenza: traghettato dal giovanile e saldo supporto concettuale dell’hegelismo verso le attuali risacche di un relativismo nutrito di Montaigne, Pascal, Kierkegaard e Schopenhauer, filosofi, peraltro, di intensa seduzione letteraria. Così che in questo franamento di assoluto, con dolente disincanto scioglie l’elegia sulle certezze andate; e fissa  lo smarrimento identitario del foscoliano “non so chi fui”nel disarmo pirandelliano di scoprirsi “il fu Massimo Onofri”.

Un sopravvissuto, si direbbe, se l’autocompiacimento crepuscolare prendesse il sopravvento sull’indomito spirito di resistenza. Ma appunto così non è: poiché quest’”uomo ferito”, più che ripiegare su un patetismo contemplativo, sfoggia un piglio di protervia. Nel suo andare, di mille esperienze ha fatto incetta; infiniti occhi gli hanno sorriso; molti amori ha bruciato; troppe battaglie ha combattuto, per incassare che questa panoplia di atti e visioni venga smembrata dalla “devastante ruspa del tempo” (e mi si perdoni se, per empatia, mi concedo un’autocitazione…). Pertanto, lo “stilnovista patologico” non può eludere le domande assillanti. “Che cosa resterà di me, quando la vita, tanto amata e anche goduta, è diventata insostenibile?… Quando non mi muoverà più questo cieco ottimismo biologico? Quando non mi sospingerà questo smisurato appetito e questo tremendo bisogno d’amore? Quando Nicoletta sarà lontana, e anche la mia principessa nuragica non sarà forse con me?… Che succederà, quando sarò messo definitivamente davanti allo specchio del nulla? Dove mi rifugerò?” sbigottisce. E non è chi non risenta ancora, in quest’ansia inquieta, l’eco vibrante del carme: Qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso?

Il “sasso” a cui Onofri si affida è invero di molto più gracile consistenza di un una stele: pure, quelle esili volute di fumo aspirato con assiduità, generando la matura saggezza del libro, hanno allestito una zattera per il naufrago scampato e finalmente riconciliato con se stesso. Che alla domanda da cui forse tutto aveva avuto inizio, “che cosa vorrei si ricordasse di me?” sa ora rispondere “che ho molto, troppo, amato: e mia figlia perdutamente. Che sono stato un professore onesto e appassionato… che ho scritto qualche libro sincero… La mia vita è meravigliosamente tutta qui: in questa prepotente presenza biologica di me a me stesso, che è anche arsura di donna; in questo trionfo di sentimenti rameggianti come sogni d’amore, e gioie di padre; in questa ressa di idee e ipotesi sul mistero della vita, che premono per diventare pagina scritta.”

Oh, certo, per professione e approccio esegetico, Onofri sa che lo statuto della letteratura, assecondando la crisi epocale di valori, è oggi fortemente compromesso dal promiscuo commercio televisivo e giornalistico. Ma proprio perché deturpata dalla falsa arte di coloro che “scambiano per poesia una grandiosa idea poetica, e sentimentale, di se stessi”, essa più che mai ha il compito di “restituirci la vita nella sua abbagliante evidenza.” Poiché, anche “se non ci migliora, la letteratura ci aiuta a vivere più intensamente, a essere più consapevoli di noi stessi, del mondo, e soprattutto dei nostri sentimenti”.

Di più non si può chiederle, ma non è poco. Onofri è troppo smaliziato per credere nel sogno romantico, e non si fa certo illusioni sulla perennità dell’arte; La letteratura, malgrado la sua indubbia utilità, non può abolire la beffa che “la bellezza, la raffinatezza, la profondità, l’eventuale qualità spirituale della nostra vita, non ci rendono migliori di nessun altro, non ci riscattano da niente: né ci salveranno.” Eppure, nell’epoca dell’insignificanza, della fatuità, della morte di Dio e del tramonto delle ideologie, “noi non abbiamo altro che il nostro nome e cognome”: e solo di quanto vi è connesso possiamo testimoniare. Ognuno, coltivando la propria eccezione, si affranca in qualche modo dalla dissolvenza: poiché le opere dell’ingegno, quando non sono caduche, possono fibrillare a lungo nella memoria degli uomini. Quello di rendere memorabile la meteora del nostro esserci è pertanto un obbligo. Ed è quanto Onofri, con la maieutica pietas dei grandi egolatri, vorrebbe risvegliare in chi ancora l’ignora: denunciando sulla sua pelle la penosa condizione generale, insieme all’invito ad arginare, ciascuno secondo le proprie forze, “la voracità del Nulla, che tutto inghiotte.”

Di fronte a questo cosmico epilogo, in cui tutto diventa futile, come disconoscere allora la prodezza operata dal sigaro? “C’è niente di più tremendamente serio di questo gratuito sperpero di tempo, nella cognizione ineludibile che omnibus moriendum est?” si chiede Onofri, a definitiva riprova che la sua formula narrativa risponde a un’esigenza “metafisica prima che narratologica”. “Se un uomo non merita di avere una vita privata, ha una sola possibilità di redimersi: quella di renderla pubblica, magari attraverso la scrittura”. Che non potendo essere salvifica può almeno serrare in virile solidarietà il tremore per il destino comune.

Un destino su cui l’etrusco estinto, refrattario alle “magnifiche sorti e progressive”, persiste ad arrovellarsi ogni notte; anche se, dalla panchina sotto la palma nana o sul balcone di Alghero, memore di quel monito, non “estolle” incontro agli astri il dardo di un orgoglio forsennato, ma appena appena, per sé e per tutti, l’esile traccia di un Antico Toscano… (3/3)

 

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Benedetti Toscani  di Massimo Onofri  

Seconda parte

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Eccola, dunque, la “principessa nuragica”. Sibilata nelle poche battute della dedica come il tema di una sinfonia, a lungo Jana si nasconde, s’inabissa, riemerge, si camuffa, si rinnega, rimbalza da uno strumento all’altro, si modula su altre ciglia con indizi depistanti sul piano della scrittura: finché, dopo duecento pagine, finalmente esplode nella fanfara dell’intera orchestra! E allora subito l’autore si premura di dircene, oltre alle fattezze, il valore euristico ai fini della narrazione. Lui che, dopo essersi follemente dissennato dietro vaghe chimere, solo con la sua comparsa comprende che “il vero amore non è un trovare, ma un ritrovare. Non è deragliamento, eccezione, ma infinita ripetizione… di una staffetta che si rinnova di continuo… Già, perché la principessa si incarna di continuo in donne diverse, e provenendo da lontananze secolari, assume quelle inconfondibili sembianze, sempre le stesse… E ogni volta che la conosco, è mia da sempre come io sono suo: noi prendendone ogni volta reciproca ed esatta coscienza… come la più profonda delle disappartenenze di me a me stesso: per ritrovarmi ogni volta nel più profondo di lei.”

Se al suo confronto le rivali non reggono, è insomma perché non fanno che restituire un riflesso di quel modello indistruttibile, che, al pari delle idee platoniche, investe profili che solo nel tempo della materializzazione assumono solidità di carne, come se fosse la prima volta. Ma non aboliscono il paradosso di dissolversi nella forma paradigmatica, ammantata di risonanze che, pur affondando nella notte dei tempi, s’inarcano in modo complementare verso il futuro, per sigillare, nella circolarità del ritorno, la perfezione del cerchio.

Si comprende allora perché assiduamente lo stilnovista ritorni alla liturgia del Toscano, al rituale che inaugura l’esibizione di creature che recitano, con difformi cadenze, il loro ruolo. Né sorprende che sui nomi poetici dell’eliso onofriano volteggi all’infinito la sarabanda erotica dell’inguaribile patologia dell’eros ideale, che nei suoi travestimenti terreni ininterrottamente seduce l’insaziato Streben dell’etrusco estinto.

Ma una volta assodato che l’appuntamento col sigaro simula un convegno amoroso, una questione sorge, a puntello della sua apparente gratuità. Abbiamo visto che, esclusa Nicoletta, al sicuro di un’alta ala affettiva, sul balcone e sotto la palma nana le donne sono venute e andate per maleficio di Petra: benché Jana sembri resistere, in grazia del suo eterno femminino. Ma questo “catalogo” di madamine, di così letteraria e pur burocratica anagrafe, a cosa serve? È legittimo pascere con brandelli di intimità cupidi bavosi, come si fa tra amici? E il lettore, che non sempre empatizza con chi lo tenta, perché dovrebbe sorbirsi le nevrosi del fumatore che cerca di domare i suoi demoni? Non si tratta, sorge il dubbio, di una furbesca strizzata d’occhio al gallismo italico, col dargli in pasto i ghiotti, umorali travasi del rovistamento interiore?

Ad uno sguardo appena più attento, una spiegazione di così piana soluzione non regge, contro la complessità strategica e la lucida consapevolezza di un autore saturo di cultura e riflessione. Come va letto allora questo testo così ibridamente autobiografico? La sincerità lo apparenterebbe a un diario, deputato per natura allo sfogo privato: se non fosse che, dopo essersi diluito nei post di Facebook, Onofri ne ha tratto un volume organico e sapientemente bilanciato. Ma in tal caso si possono prendere per vere le vicende narrate, visto che persino lui stesso avanza dubbi sulla liceità di “mettere il cuore a nudo”, esponendosi al non lieve rischio del fraintendimento, quando non del biasimo?

Nella nostra epoca di ostentazioni urlate e rincorse, si potrebbero decifrare nelle spire del fumo anche i volteggi di un esibizionista brioso, al pari dei fatui ectoplasmi virtuali che si dannano l’anima per catturare i riflettori. E certamente la tentazione della “caccia ai presenti” è forte, se molti lettori hanno gradito di ritrovarsi tra le pagine, insieme ai rimandi dell’autore a suoi libri precedenti, o all’attività accademica, di critico e scrittore. Solo che, leggere i “Toscani” con la frenesia voyeuristica a cui lui stesso talvolta sembra indulgere, non aiuta a cogliere il senso più sottile di un’operazione tanto più intima quanto più sembra epidermica, se tra le pieghe celate apre squarci verso gli anfratti della sua complessa e contorta psiche.

Pertanto, oltre alla pista fuorviante dei percorsi lineari, una spia rivelatrice invita a sollevare il “velo di Maya” (Schopenhauer docet), dietro cui Onofri persegue l’ossessivo scandaglio interiore. E non per vivacizzare disinvolte blagues salottiere, ma per assurgere, contro il meschino prurito dei mediocri, al furor sciendi dei grandi svisceratori di quel “Sé” in cui si annida l’universo: per indagarlo, comprenderlo, e casomai, con temeraria prodigalità, rovesciarlo sulla carta, come personale contributo al puzzle del cuore umano.

Impresa possibile solo a chi, come il nostro fumatore, si consente una discesa agli inferi scevra da inibizioni, e si svela perciò con una spietatezza che solo un occhio distratto confonderebbe con l’egocentrismo di chi si crede “ombelico” della realtà che gli ruota intorno. Il nostro autore, invece, accusa semmai un “egotismo” di nobile ascendenza: quel sottile congegno mentale, filosofico e quasi ermeneutico, con cui, attraverso se stesso, perlustra l’universo che in lui converge come in una monade. E pertanto il deprecato gusto egolatrico di cui si dice “reo confesso” non ha niente a che vedere con la “disposizione romantica a dilatare spasmodicamente e narcisisticamente il proprio io”. Al contrario, quando Onofri dice “Io” col massimo di pronuncia, “si spassiona in modo non d’amarsi e compiacersi, ma di conoscersi”: non diversamente da Stendhal, Alfieri, Foscolo o Chateaubriand: tutti scrittori che, lavorando sull’Io, solo apparentemente lo celebrano, mentre se ne servono per svelare il mondo.

Ecco allora perché, “postremo figlio orfano di quei grandi”, Onofri si prova a studiarne l’eredità, convinto che per scrivere la storia dell’Io occorra partire “da questo preliminare processo di smantellamento e desemantizzazione, per arrivare a un’idea plurale e polimorfa di soggettività, che ci liberi finalmente dal monoteismo psicanalitico”. E proprio per smasacherare “l’originalità omologata dell’essere come tutti proprio mentre ci si crede individui speciali”, ogni sera imbocca il sigaro, e s’inebria di fumo!

Si tratta, lo si è capito, di una pratica “cognitiva”, che, non diversamente da quei grandi, tende a spremere dal singolo le verità che lo accomunano alla specie, e dal particolare risalire all’universale. Solo che, affinché i risultati escano dal chiuso per farsi comunicazione, la solitudine dell’uno pulsi all’unisono con quella degli altri, il diario privato acquisisca il diritto di dirsi pubblico e il monologo muti in dialogo, ancora la condizione, si richiede, di una piattaforma condivisa. E di essa sarà appunto questione nel prossimo numero. (2/3)

“Benedetti Toscani” di Massimo Onofri

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“Benedetti Toscani” di Massimo Onofri

 

Schermata 2017-08-31 alle 10.45.41Ho già avuto modo di recensire un anno fa quella personalissima narrazione che è Passaggio in Sicilia di Massimo Onofri, secondo itinerario dopo il precedente Passaggio in Sardegna, entrambi nati da una perlustrazione di luoghi e cultura delle due grandi isole. Ora, dello stesso autore, mi occuperò di un diverso vagabondare, non meno intenso, confluito in un libro che, se ancora una volta evoca un titolo famoso, narra invece l’avventuroso periplo di un uomo intorno alla propria “isola interiore”, col solo ausilio di un Antico Toscano.

Certo, si tratta anche qui di un viaggio: solo che stavolta il protagonista, dietro le volubili spire del fumo, asseconda il risucchio centripeto della mente, sorretto dalla fede

“che ogni uomo, anche nella sua estrema solitudine, nella sua immaginazione, possiede tutto quanto gli è necessario per risanarsi, per superare il dolore, per riparare al male che, non di rado, si è inflitto da se stesso.”

Dichiarato fin dal principio il debito verso Les rêveries du promeneur solitaire di Rousseau e Der Spaziergang di Walser, quelle di Onofri non sono le fantasticherie di un passeggiatore, ma di un sedentario: che per un anno esatto, tra il 18 novembre del 2015 e il 17 novembre del 2016, “con fedele ripetitività”, sulle statiche imbarcazioni di una panchina sotto la palma nana di Viterbo, e del balcone di Alghero, insegue le recondite armonie dell’odissea interiore.

Per la loro stessa fluidità, queste peregrinazioni mentali reclamavano una cattura. Ed ecco allora che Onofri, genialmente sfruttando una formula narrativa di frammentata ma calcolata efficacia, le aveva inizialmente affidate all’immediata fruizione di Facebook, prima di fonderle nell’organicità di un volume: dove, rimeditate e integrate, esse svelano un’audace mappatura della psiche. Che, proprio per sciorinarsi sulle lande della memoria e della fantasia, trascende i limiti spaziali, consentendogli di recuperare ricordi, affetti, letture e stati d’animo, conditi da acute riflessioni sul trambusto dell’esistere o sulla purificatoria disciplina dello scrivere.

I luoghi delle epifanie sono dunque detti: una panchina e un balcone: ma su quest’angusto palcoscenico si esibisce una folla di personaggi reali e fantastici, di nobile e talora ignobile amalgama: e tutti così strettamente vincolati all’universo intimo dell’autore, da debordare per l’impudica urgenza di prodursi, costringendolo a una sincerità talvolta persino invereconda. Tra loro spiccano figure già note e da tempo censite nella mitologia letteraria e umana di Onofri: a cominciare dall’adorata Nicoletta, ancora una volta destinataria implicita del racconto, verso cui il padre si protende “sulla liana immaginaria d’un fumo di Toscano, pur di trovare lassù in cima un viso cucciolo, che gli sorrida e gli somigli”. Lei che, sottrattagli da una tutrice ossessiva e crudele, ha reso il baldanzoso dio etrusco di un tempo un uomo inquieto e tremante, che ogni giorno intona

una preghiera a non so chi per la salvezza tua e per la tua felicità.

Ancora, tra le presenze familiari, ritroviamo il grande e sventurato pittore Torquato Anselmi, nel cui destino l’autore soffre il proprio: quello di un marito angariato ( fino al suicidio) da una moglie pusillanime e vendicativa, “dai capelli elettrici e iracondi”, che carica d’odio diceva di amarlo mentre vomitava disprezzo…

E ritroviamo ancora Beatrice, la Ini dei due Passaggi: ormai solcata da lacrime silenziose, lontana e assente: che scantona, elude, illude e delude, contratta in un ricordo destinato ad estinguersi nell’ultimo uomo che, un giorno, seppe quanto era bella. La Beatrice che ora se ne sta rinserrata dentro un’astrazione, da cui, probabilmente, non evaderà mai, e di cui resta ben poco, oltre allo

sfocato ricordo di due occhi neri che, una notte di chissà quando, s’accendevano di desiderio e si bagnavano di pianto…

La Beatrice che ha sacrificato ad un prosaico consorte tutta la retorica del suo amore, “

ignara che l’età non si rinnovella, e che forse un altro amore nascerà nell’etrusco estinto che non l’aspetta più

 

Alla sua sparizione fanno corona gli altri congedi, se pur meno sofferti, di Laura, chiusa nel carcere di un’inspiegabile anaffettività; di Teresa, intenta a procrastinare la sua natura di “femmina predata e predatrice”; di Bruna, Dulcinea, Giulietta, Desdemona, Pisana, Monaca di Monza, e persino di una Fulvia, timidamente battezzata “dea nuragica”. Tutti nomi significativamente letterari di donne tese a un gratificante traguardo di realizzazione, ma che, per inclinazione o fato,

quando si innamorano, coltivano con ostinazione la propria infelicità; e che se amano gli Jacopi, e attraverso loro diventano profondamente se stesse, alla fine, scelgono i mediocri.

Accanto a queste effimere presenze occasionalmente salvifiche, si accampa però, con tutta la sua mostruosa gravezza, la massa disforica, possente e diabolica, di colei che, a dispetto dell’autore, s’impone come una delle figure più vivide del libro. Colei che il narratore detesta e di cui vorrebbe sbarazzarsi, ma non può, perché essa tiene le redini dell’amata Nicoletta. Si tratta di un’altra vecchia conoscenza, già qualificatasi col coriaceo titolo di Petra, ma indegna del riscatto dantesco. Per tutta la durata del libro, l’autore la investe di aggettivi e feroci epiteti, a risarcimento dei padri sconfitti dai meschini egoismi di una madre che, inacidita nel risentimento, ama la figlia in maniera insana, deformata e autoassolutoria. È essa la megera che la fame di denaro, la malafede, l’incultura e l’analfabetismo morale hanno abbrutito in un’orrida maschera, livorosa, deietta, snaturata, avida, bieca, dal fiato fetido e dal doppio mento, dal becco scianco e la bocca di foca, dal ventre slentato e i capelli elettrici (proprio come la moglie di Anselmi!). È essa la sconcia arpia di prepotente e sgraziata bruttezza, che emette un solo lungo e orrido garrito, che raggela la terra e spaventa, perché ha l’inverno nel cuore e odia chi ama e chi è amato. È essa la

putida creatura della notte che viene dalle fogne, seppure un giorno, incredibile dictu, osò aspirare agli scranni celesti…

 

È essa infine, che dalla sua frustrata miseria lancia strali all’ex marito, con la cui vita affettiva subdolamente interferisce, in parte persino riuscendovi, se si enumerano le vittime della perfidia e dell’invidia. Strali che hanno sfregiato invero le incarnazioni casuali, ma che sono destinati a spuntarsi contro l’ultima apparizione, che, a sorpresa, dopo tanta ecatombe, verso la metà del libro brilla sulla fortezza amorosa di Massimo, e contro la quale Petra è impotente.

Sì, perché ormai su quel filo di fumo, sotto la palma o sul balcone, si torce la silhouette flessuosa di Jana, la “principessa nuragica”, apparsa a palesare con la sua incarnazione la chimica delle “copie” e il loro rapporto con l’archetipo che le ha generate. Ed ora che ha compiuto il sortilegio di

“farmi diventare un uomo che, finalmente, coincide esattamente con le sue verità”,

quell’uomo è pronto a rivelare chi è, e cosa è diventato. Pertanto, fatta la conoscenza anche col personaggio nodale, siamo ora pronti a tracciarne il profilo emotivo e simbolico, così chiarificatore per le implicazioni più articolate delle fumate notturne. (1/3)

La crisi esistenziale dell’uomo e la crisi politica dello stato

Inserito il

direefareDa Città del Sole, il secondo volume della sapiente indagine storica
condotta da Gerardo Passannante delineando il declino dell’Impero

di Stefania Ciavattini

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Il secondo volume dell’ampio romanzo storico di Gerardo Passannante, condivide, con gli altri già editi, la caratteristica di poter essere proposto a un ampio numero di lettori e non solo agli amanti del genere storico. Il profondo legame che sussiste tra i personaggi e il loro tempo rende infatti la lettura dell’opera, estremamente scorrevole, senza appesantimenti didattici e documentaristici. Ne Il declino degli dèi. Amore e Disamore (Città del Sole edizioni, pp. 216, € 14,00), l’alternanza tra gli eventi storici, l’approfondimento psicologico dei personaggi e il rimando alla complessa vita culturale del tempo, è talmente ben dosata da restituire leggerezza e più ampia fruibilità a una materia tutt’altro che semplice, legata ai problemi più profondi della natura umana.
L’accessibilità dei contenuti viene anche potenziata da un linguaggio chiaro e colto, capace sia di evocare l’antico quanto di irrompere nel presente senza alcun calo di stile e con una orecchiabilità resa possibile dalla profonda conoscenza degli scrittori latini.
Due i filoni principali del racconto: il primo riguarda la narrazione della campagna militare che Diocleziano condusse dal 289 d. C, per oltre tre anni col fine di controllare gli instabili confini dell’Impero; il secondo riguarda la moglie dell’imperatore Prisca e la figlia Valeria, seguite nella loro conversione al cristianesimo, ormai dilagante in tutto il territorio romano.
Su entrambi i filoni campeggia però il tema del titolo, quello dell’amore e della sua perdita, delle sue delizie e delle sue spine che, visto in modi diversi dai vari personaggi, è egualmente per tutti indispensabile.

Il viaggio di Diocleziano: la ricerca di un equilibrio perduto
Il racconto si apre con la partenza di Diocleziano da Nicodemia e termina con il suo rientro, oltre tre anni dopo. Il suo viaggio per consolidare i confini dell’Impero è insieme un viaggio interiore per ritrovare un equilibrio perduto dopo il confronto con Prisca che ha sancito la fine del loro amore.
L’imperatore avverte che si è incrinato quel senso di completezza che lo aveva sostenuto in passato e che ce lo aveva fatto conoscere, attraverso il racconto dell’autore, come uomo giusto ma anche tollerante, forte ma non violento, costante ma non ostinato.
Già la scelta di Galerio come prefetto durante la campagna militare ci fa capire la metamorfosi che si sta attuando in lui. Agli antipodi del suo predecessore, il saggio Aristobulo, la descrizione di Galerio è quella di un uomo ottuso, volgare, vendicativo che neppure le capacità belliche per le quali è stato scelto possono riabilitare agli occhi del lettore. Si direbbe che Diocleziano, sentendosi fragile e avvertendo la debolezza dell’Impero, cerchi nella forza di questo personaggio un sostegno per se stesso e per lo stato, secondo quella sovrapposizione dei due piani, personale e politico, tante volte rimproveratagli da Prisca.
Ben più poetico risulta il beneficio che l’imperatore trae dalla natura lussureggiante nelle terre attraversate. La primavera scoppia ovunque in tutta la sua vitalità mentre l’imperatore risale la Tracia diretto a Nord. E se i primi giorni le verdi colline e le riposanti pianure appaiono annebbiate dalla ferita del cuore, pian piano lo sbocciare della primavera lo sintonizza «sull’instancabile brusio delle stagioni in cui la vita urlava la sua urgenza di durare».

L’interesse per l’Altro
Gradualmente Diocleziano riesce a immergersi nel quotidiano e vediamo ancora una volta spiccare i suoi pregi di statista. Nel perlustrare i confini, l’imperatore si informa attraverso una guida di tutto ciò che riguarda i popoli indigeni – tradizione, storia, usi e costumi – ben sapendo che queste conoscenze sono fondamentali se non per la guerra, per stabilire, dopo la vittoria, una pace duratura.
Tra i molti racconti che non mancheranno di sorprendere il lettore è da segnalare quello di Decebalo, re dei Daci sconfitto da Traiano. Diocleziano non può fare a meno di ammirarlo benché nemico di Roma, per la sua ostinata resistenza. La guida informa che nella capitale dell’Impero, tra i bassorilievi della colonna traiana, è stata raffigurata la morte di Decebalo, accendendo nell’ascoltatore imperiale, riestio a recarsi a Roma, un qualche desiderio di vederla. Si comprende come l’interesse non sia solo culturale, ma intimo, quasi una ricerca di uomini simili a lui per stabilire, anche solo nel ricordo, una compagnia che dia scampo alla solitudine del potere.
È proprio sulla colonna traiana che Passannante ci dona una delle sue digressioni più belle: attraverso la sua descrizione, anche noi riusciamo a vedere quel Decebalo che muore schernendo il nemico e che, di fatto, mantiene nella scena, da vinto, una centralità negata al vincitore.

Prisca e Valeria diventano cristiane
Prima di riprendere il racconto del viaggio di Diocleziano, l’autore si ricollega all’altro filone, portandoci a Nicomedia dove, intanto, Prisca e Valeria hanno iniziato un percorso spirituale non meno impegnativo.
Anche Prisca, dopo il colloquio chiarificatore con Diocleziano sullo stato del loro amore, vive il contraccolpo di una perdita che, nel momento della sua ufficializzazione, diviene definitiva. Quell’amore nel momento della maturità, quando le menti erano saldamente unite e il dialogo scorreva con facilità tra loro, aveva dato senso alla sua vita. Proprio questo dolore aveva pesato, assai più delle singole mancanze che Prisca poteva rimproverare al marito, nel farle volgere altrove la ricerca di una giustificazione alla propria esistenza.
Sono pagine che il lettore troverà molto belle per l’intuizione profonda della psiche femminile che dimostra l’autore. Insieme al disamore per Diocleziano, anche lo sgomento per i primi segni di invecchiamento ha una parte importante nell’ansia dell’imperatrice di riscattarsi su un altro terreno.
Mentre per Prisca la conversione suggella l’allontanamento da Diocleziano, per Valeria l’adesione alla nuova fede consente di cristallizzare, e quindi trattenere, l’immagine di un amore non vissuto.
Altrettanto profonda è infatti l’analisi con cui l’autore ci avvicina al personaggio di Valeria nel suo ingenuo abbandonarsi al piacere promesso dalla fedeltà a un Cristo che appare “ereditare” quanto un tempo era stato di Aurelio, il tribuno del quale la giovane si era innamorata e al quale aveva dovuto rinunciare. La sublimazione tentata dalla giovane risulta tenerissima e l’autore ce la descrive nel suo incedere pieno di fervore verso la vasca battesimale, simile all’avanzare di una sposa verso il futuro coniuge.

Il ruolo di Doroteo e il battesimo
Umanissima anche la figura di Doroteo, che è stato pedagogo di Valeria e al quale lei e la madre si rivolgono per acquisire la conoscenza del cristianesimo. L’uomo, evirato da bambino per poter avere un futuro migliore, ha infatti trovato in questa religione la stella polare che ha orientato la sua vita. Individuare presto un proprio ideale – e qui Passannante ci dà nuovamente un saggio della sua mirabile conoscenza della natura umana – consente agli uomini di trovare una stabilità tra i flutti della vita, un approdo del tutto sconosciuto a chi, privo di vocazione profonda, è destinato a una continua irrequietezza.
Pur con le sue debolezze personali e con le sue parziali conoscenze dottrinali, che l’intelligente Prisca mette a dura prova, Doroteo, per l’acquisita forza interiore, riesce a essere un valido sostegno per le due donne, alle quali è legato da profondo affetto e riconoscenza. Non sfugge infatti al pedagogo imperiale la molla personale che ha indotto la ricerca di Valeria e Prisca e che lui sa di dover allentare, perché possano essere assaporati in pieno i doni della religione e perché venga scongiurato il pericolo di un successivo abbandono. È attraverso l’insegnamento di Doroteo che le parole del vangelo entrano pian piano nel lessico delle due donne, mentre a farle interiorizzare è la loro spontanea inclinazione e sensibilità.
La conversione di Prisca e Valeria dà all’autore l’occasione per illustrare il bel rito del battesimo, cogliendone sia gli aspetti scenografici di cui la chiesa si doterà sempre di più, sia quelli superstiziosi che resistono persino ai nostri tempi, come il rito dell’esorcismo. Alla fine di quest’ultima funzione i diavoli volano via con urla stridule, ma «oltre l’atrio e lontano dalla vista dei catecumeni», ironizza Passannante. Nella stessa chiave è da segnalare anche l’analisi del Limbo, di cui ora la stessa chiesa ha dichiarato l’inesistenza, consentendo la laica speranza che anche per il Paradiso e l’Inferno possa presto esser data una interpretazione più ragionevole.

Diocleziano verso i confini orientali: l’incontro con Luciano
Lasciati i Sarmati e gli Sciti, non senza aver raccolto anche su di loro informazioni riguardo agli usi e costumi, Diocleziano riparte questa volta verso Oriente. Tralascia di fermarsi a Nicomedia per non assecondare un desiderio che pure avverte.
L’esercito dunque prosegue e fa tappa ad Antiochia, importante città dell’Impero, situata sul fiume Oronte poco distante dai confini persiani. Dotata di un suo particolare fascino orientale, Antiochia era un centro culturale di primo piano; tra i residenti, numerosa era la rappresentanza cristiana che aveva molto contribuito al benessere economico della regione circostante.
Per questo l’imperatore, oltre ai maggiori funzionari civili, convoca anche il vescovo Luciano, il principale punto di riferimento della comunità religiosa. Più che sul colloquio con Luciano, del resto congedato in fretta e con quel senso di disappunto che spesso Diocleziano prova nei confronti degli esponenti del cristianesimo, è utile al lettore soffermarsi sul passo immediatamente precedente.
In esso Passannante ci aggiorna sullo stato del cristianesimo del III d. C., rendendo giustizia alle varie culture che vi confluiscono e che causano quelle numerose scissioni che per secoli accompagneranno la Chiesa. L’espansione della nuova religione, infatti, porta il suo nucleo centrale, uscito dall’alveo del pensiero giudaico, a contaminarsi con tradizioni culturali diverse, prevalentemente greche e romane, e a declinarsi localmente in forme dottrinali diverse. Quando a un primo coordinamento, nato proprio per assicurare il confronto, si sostituisce una struttura piramidale gerarchica che rivendica anche il controllo sugli altri, ecco che le diverse comunità entrano in conflitto. Ogni singolo vescovo si arroga il diritto di essere l’unico detentore di Verità rispetto agli altri vescovi suoi pari, con scontri anche violenti che ben presto creano all’interno della comunità religiosa a una situazione tutt’altro che “fraterna”.
Questa la situazione nel momento in cui Diocleziano incontra Luciano e percepisce il suo livore nei confronti del pur deposto Paolo di Samosata. È importante sottolineare che è proprio da questo momento che Diocleziano realizzerà con maggiore chiarezza che i cristiani costituiscono un reale pericolo. Sono proprio le rivalità di potere dei vertici ecclesiastici, camuffate da divergenze dottrinali, che possono condizionare un popolo illuso e influenzabile. Per questo Diocleziano ribadisce seccamente a Luciano il suo preminente interesse al mantenimento dell’ordine pubblico, dedicando un’attenzione assolutamente marginale ai cavilli dottrinali sulla natura divina o umana del Cristo, che il vescovo gli spaccia come reale problema da risolvere. L’attualità della riflessione sulle reali implicazioni delle cosiddette guerre di religione è sotto i nostri occhi e l’autore ne approfitta per farci conoscere il suo impegno come uomo e come scrittore.
In sintonia con il suo personaggio principale, si schiera contro tutti i fanatismi e dogmatismi, quando si allontanano troppo dalla ragione. Egualmente, dichiara la propria lontananza da quella forma di fanatismo rappresentata dalla semplificazione ideologica della storia, per evitarla ci ha quindi proposto una attendibile e problematica visione del cristianesimo dei primi secoli. Passannante è contrario a chi nasconde la «polifonia dei popoli», lo stratificarsi di culture diverse nella ricostruzione della storia che risulta tanto più credibile quanto più al suo interno è riconosciuto l’apporto di tutti, dai vincenti ai resistenti ai perdenti.
Posizionatosi così tra gli autori che non disdegnano di veicolare un messaggio di ragionevolezza e di rispetto per la complessità, Passannante procede per condurre Diocleziano a un nuovo incontro.

Diocleziano e Giamblico
La seconda tappa scelta da Diocleziano è Apamea, una cittadina molto diversa da Antiochia, vivace ma equilibrata, colta ma non decadente, accogliente ma discreta. Lontana dalle scorribande persiane la cittadina rappresenta quanto di meglio possa essere offerto al riposo dell’esercito, ma Diocleziano, pur ottemperando ai suoi doveri militari, l’ha scelta anche per motivi personali. Vuole infatti incontrarvi il famoso filosofo Giamblico, seguace del neoplatonico Plotino, che appunto ad Apamea insegna.
Diocleziano spera che la saggezza del filosofo possa contribuire a lenire il suo dolore per Prisca e a restituirgli un migliore equilibrio. Ritenendo inopportuno per la sua posizione un colloquio privato, troppo incline a diventare intimo, l’imperatore fa annunciare la sua presenza in aula a una lezione di Giamblico, chiedendo che questa venga svolta sull’amore. Bella la descrizione dell’aula e del maestro, del discreto soppesarsi reciproco tra Diocleziano e Giamblico che fino all’ultimo rispettano le distanze imposte dalla situazione, pur nell’intuizione di risvolti personali taciuti.
L’amore per Giamblico è più nell’amante che nell’oggetto amato, è una sorta di proiezione reciproca che ci fa vedere nell’altro una serie di virtù spesso del tutto inesistenti e che comunque svaniscono quando viene meno il sentimento. Cosa può fare chi, non più amato, mantiene invece intatto il suo sentire? In nessun modo può riconquistare caratteristiche che solo la mente dell’altro gli aveva attribuito. A livello pratico può cercare una sublimazione del dolore, incanalando in altro modo l’energia amorosa, oppure può provocare il disgusto della persona amata fino a che le sue offese finiscano per risvegliare l’amor proprio e rendano possibile il distacco dalla fonte di tanto dolore.
Ma Giamblico non può limitarsi a offrire semplici rimedi, è un neoplatonico e la lezione continua sui più alti valori dell’“idea”. È l’amore in sé che non muore, mentre gli amori vissuti seguono il percorso di tutte le cose che nascono, deperiscono e muoiono.
Giamblico sembra sminuire l’interesse che la maggior parte delle persone nutre per le questioni terrene, ma Diocleziano, mettendosi quasi a nudo controbatte che «è di queste questioni che vive l’uomo, forse ai filosofi è dato di tralasciare le necessità quotidiane… ma i comuni mortali svolgono esperienze di carne e di sangue». Nonostante la lontananza tra i due il coinvolgimento dell’imperatore è molto forte, visto che la posta in gioco è una via di salvezza dal deperimento che avverte per sé e nell’Impero. Né gli dispiacerebbe addentrarsi in particolari riguardanti lui e Prisca, il cui ricordo è ancora pungente, ma proprio questo sentimento fa sì che si accomiati subito dal filosofo, deciso a non rivederlo.

La complessità dei rapporti umani
La ripresa del viaggio continua a rivelare il lento ma continuo indurimento di Diocleziano.
Se durante l’incontro con Paolo di Samosata accetta di occuparsi della figlia che il vescovo rivela aver avuta da Zenobia, cogliendone l’ansia paterna e facendola sua, nei confronti di Valeria, colpisce però una carenza. Diocleziano non si sofferma sulle caratteristiche di quella figlia così poco goduta per le sue lunghe assenze, sa che deve offrirle un matrimonio confacente al suo status, ma non dedica un solo attimo a interrogarsi su quali potrebbero essere i suoi giovanili desideri.
Altrettanto poco flessibile, durante il ritorno presso i confini occidentali, si dimostra nel giudicare Carausio, il condottiero romano che si era messo alla testa dei ribelli britanni. Invece di valutare l’opportunità di un accordo sul modello dei molti già stipulati con altre popolazioni, Diocleziano, venendo meno a quell’intuito politico che era stato sua caratteristica distintiva, non coglie l’occasione offerta e, allineandosi a Massimiano, si limita a rimandare il conflitto a quando la flotta romana sarà in grado di affrontarlo. Ancor più, a Mediolanum comincia a delineare quel progetto di ulteriore consolidamento dello stato che porterà alla tetrarchia e a nuove guerre.
Prima del rientro dell’imperatore a Nicomedia, Passannante si sposta su un altro personaggio segnato dall’amore, il tribuno Aurelio, le cui reazioni alla delusione sentimentale saranno diverse ma non meno tragiche. Venuto a conoscenza da Costanzo della volontà di Diocleziano di dare in sposa Valeria a un altro, Aurelio sente l’urgenza di riproporsi alla giovane che lui stesso aveva allontanato.
Il ritratto di Aurelio è una delle più profonde riflessioni sull’animo umano condotte all’interno dell’intero libro. La natura complessa e contraddittoria del tribuno dà la possibilità di indagare sul senso del dovere e sull’orgoglio, sulla capacità di isolarsi e quella di indulgere a qualunque compagnia e sulla sensualità e sulla castità.
La risposta di Valeria alla lettera del tribuno, mostra ad Aurelio un cambiamento inatteso nella giovane e lo porta istintivamente a incolpare lei del mancato coronamento del loro amore. È una reazione umana molto diffusa quella di attribuire al comportamento di altri le nostre mancate capacità e i nostri insuccessi. La descrizione di Passannante, veramente lirica nelle sue metafore, è molto toccante e non si può evitare di rivedere noi stessi nella goffagine di mille tentativi messi in atto per evitare un’autocritica o nella difficoltà di accettare le nostre vere conquiste, ben più povere delle infinite possibilità perdute.
Già incline all’avvilimento di sé, Aurelio riceve dal rifiuto di Valeria una ulteriore spinta negativa che lascia presentire, nell’eccessivo ricorso occasionale all’amore carnale, la caduta verso la dissolutezza.

L’epilogo: un confronto inevitabile
Nell’ultima parte del libro si fronteggiano le due figure dei coniugi imperiali. Ciascuno per proprio conto, ma parallelamente, sia Diocleziano sia Prisca si preparano all’inevitabile incontro a cui li costringe la fine della campagna militare e il rientro delle truppe a Nicomedia.
Prisca, che la religione da poco abbracciata ha consolato ma non placato, ripercorre i molti, troppi anni di matrimonio affrontati senza amore. Pesa la subalternità della donna ai desideri dell’uomo, che l’ha indotta a lungo a mentire, ad accettare una intimità non condivisa, a sperare nelle partenze del coniuge, nella lunghezza delle sue assenze. Mette in dubbio lo stesso innamoramento, forse determinato dalla posizione del promettente soldato, arriva a pensare che il suo stesso desiderio di piacere per ottenere affetto l’abbia guidata a esser proprio come l’altro la voleva, ma conclude con la comprensione che l’amore a cui aspirava era di tipo ideale, di una purezza che il concreto Diocleziano non poteva offrire.
Riversato questo bisogno di assoluto sulla figlia, aveva sempre più ridimensionato il sentimento verso il marito e ora non sentiva altro che stima. Avrebbe potuto amarlo come un fratello, come un padre, ma non era questo che accettava Diocleziano.
Al di là del rispetto nei suoi confronti che il marito ha sempre dimostrato, Prisca sa che Diocleziano può legittimamente reclamare i suoi diritti coniugali, sa che può ripudiarla, non conosce invece quali reazioni potrà avere nell’apprendere che lei e per di più anche Valeria si sono convertite. Oltre al tremore per tutta questa incertezza, Prisca percepisce però anche un nuovo coraggio che la fede le dà ed è così che si prepara a incontrare lo sposo.
Anche Diocleziano, ormai sulla strada di casa, si abbandona al pensiero di Prisca e a quello dell’organizzazione da darsi per limitare a entrambi il disagio della convivenza.
Cerca di fare confronti tra la sua persona, che può vantare tanti successi e quella insignificante di lei, cerca di ripetersi che è stato lui ad ammantarla di virtù inesistenti, ricorda la freddezza, i puntigli, i rifiuti giunti proprio nel momento in cui, diventato imperatore, più si sarebbe aspettato di ricevere calore e gioia. Lo soccorre la consapevolezza di poter sancire il distacco della moglie relegandola in una ala del palazzo lontana dalla sua stanza, di poterla in seguito ripudiare, pur assicurandole una vita dignitosa, di potersi dedicare totalmente al suo lavoro. Cerca di dirsi, facendo suo quanto ascoltato da Giamblico, che conserverà nel suo pensiero “l’altra” Prisca, quella della dolcezza della tenerezza, della grazia, e che sarà appunto lei ad accompagnarlo «tra i trionfi e gli errori del suo transito terreno, fedelmente, per sempre, fino a calargli le palpebre degli occhi nel giorno in cui avrebbero scorto per l’ultima volta la luce».
Dopo averci mostrato diverse declinazioni di Eros e Thanatos, è con questo senso di morte che si chiude Amore e Disamore, un volume così ricco, culturalmente e psicologicamente, da rendere difficile effettuare i tagli, pur necessari a una recensione.

Stefania Ciavattini

(www.bottegascriptamanent.it, anno XI, n. 119, agosto 2017)

44/140

Inserito il

 

Un signore, di fronte,

mi guarda imbarazzato,

e non si sa spiegare il mio fissare

su lui concreto, ossuto,

che intravedo appena sullo sfondo

del tuo volto bagnato che dilegua.

39/140

Inserito il

 

Ma come nel portare le bisacce,

se l’una casca mentre sei in cammino

ti industri a ricreare l’equilibrio,

così, perdendo me, prendi respiro,

fermati a puntellare il contrappeso,

se non vuoi che ricada sul rivale

il mio stesso destino.

47/140

Inserito il

 

Ti scrivo a volte lettere di fuoco,

e il giorno dopo lettere glaciali.

Ti prospetto un futuro ancora insieme,

e il giorno dopo la separazione.

Ti parlo con dolcezza e con calore,

e il giorno dopo sfoggio indifferenza.

Ah, perché viene sempre il giorno dopo,

per noi che ci nutriamo di passato?

Ti scrivo a volte lettere di fuoco,

e il giorno dopo lettere glaciali.

Ti prospetto un futuro ancora insieme,

e il giorno dopo la separazione.

Ti parlo con dolcezza e con calore,

e il giorno dopo sfoggio indifferenza.

Ah, perché viene sempre il giorno dopo,

per noi che ci nutriamo di passato?

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